Insonnia

«Esiste nel mondo una specie di setta della quale fanno parte uomini e donne di tutte le estrazioni sociali, di tutte le età, razze e religioni: è la setta degli insonni, io ne faccio parte da dieci anni. Gli uomini non aderenti alla setta a volte dicono a quelli che ne fanno parte: ‘se non riesci a dormire puoi sempre leggere, guardare la tv, studiare o fare qualsiasi altra cosa’. Questo genere di frasi irrita profondamente i componenti della setta degli insonni. Il motivo è molto semplice; chi soffre d’insonnia ha un’unica ossessione: addormentarsi».
Le conseguenze dell’amore, Paolo Sorrentino

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Doctor Sleep, di Stephen King

Doctor Sleep, di Stephen KingEra il 1987 e in Misery, Stephen King raccontava di un’infermiera psicopatica che dopo aver rapito il suo scrittore preferito lo costrinse a resuscitare l’eroina del suo romanzo preferito, appunto Misery, che Paul Sheldon (questo il nome del co-protagonista) aveva ucciso perché non ne poteva più della saga di romanzi rosa. In Shining Danny non era morto, ma per come si era concluso il romanzo, poteva anche starci che nessuno sapesse più niente del protagonista – personalmente mi piacerebbe sapere come se la cavano i protagonisti de L’Ombra dello Scorpione, per dire. E invece, per stessa ammissione di King, ”Di tanto in tanto, mentre ero sotto la doccia o guardavo un programma televisivo o guidavo per ore sull’autostrada, mi scoprivo a calcolare l’età di Danny e a chiedermi dove fosse finito“. Nasce così Doctor Sleep, ultima fatica dell’amore letterario della sottoscritta.
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Coca Cola e lo spot It’s Beautiful

Dite quello che vi pare di Coca Cola, ma che sanno fare gli spot è un dato di fatto: questo – che ha ottenuto a pari merito lodi e critiche, della serie: “Siamo in America, cantate in inglese” – si intitola “It’s Beautiful”, è andato in onda durante il SuperBowl e la canzone patriottica America The Beautiful è stata cantata in diverse lingue – spagnolo, hindi, senegalese, ebreo e arabo tra gli altri; qui il making of con tutte le versioni.
Non solo America The Beautiful è stata scritta da una vera icona gay (e forse Katharine Lee Bates era omosessuale de facto), ma si vede pure una famiglia omosessuale; ora speriamo che alla faccia delle leggi antigay russe, la versione di di 90 secondi che sarà trasmessa durante Sochi 2014 non sia quella censurata. E comunque, immaginatevelo uno spot così, in Italia – terra dei Guido Barilla, per dire.

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Dimenticare

«Non occorre spingersi troppo lontano, dunque, per capire per quale motivo attraversiamo la vita con l’impressione generalizzata che tutti abbiano torto tranne noi. E poiché non dimentichiamo le cose solo perché non contano, ma le dimentichiamo anche perché contano troppo (perché ciascuno di noi ricorda e dimentica secondo uno schema labirintico che rappresenta un segno di riconoscimento non meno caratteristico di un’impronta digitale), non c’è da meravigliarsi se le schegge di realtà che una persona terrà in gran conto come parti della propria biografia potranno sembrare a qualcun altro, che, diciamo, ha per caso consumato diecimila cene allo stesso tavolo di cucina, una deliberata escursione nella mitomania».
(Philip Roth, Pastorale Americana)

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Carrie (2013), di Kimberly Peirce

Carrie (2013), di Kimberly PeirceEro molto scettica sul se guardare o meno ‘sto film, poi complice l’attesa per i festeggiamenti di Capodanno – io ero già pronta un paio d’ore prima – il nome di Kimberly Peirce (Oscar per lo stupendo Boys Don’t Cry) e la presenza di Julianne Moore (molto apprezzata in What Maisie Knew e in Don Jon) ho detto, “Vabbè, vediamocelo“; il risultato? Per carità!
A parte essere ambientato in epoca moderna, dare un tocco di attualità alla storia con un video postato in ogni dove che riprende le tematiche del cyber-bullismo e mostrarci la scena della nascita di Carrie, il film è praticamente l’orrenda copia del’originale del 1976: Carrie White (Chloë Moretz; una che René Ferretti di Boris definirebbe, almeno in questo film, una “cagna maledetta“) è una studentessa dell’ultimo anno delle superiori che, anche a causa di una madre (Moore) fanatica religiosa e pazzoide, è considerata sfigata ed è presa di mira dalle altre ragazze; ma uno scherzo andato troppo oltre farà esplodere la sua furia…
A parte dare un senso a quel “Lo sguardo di Satana” che dal 1976 perseguita i lettori del libro di King – da quando ho letto Carrie, anno domini 1996 più o meno, che mi chiedo: “Ma se Carrie è telecinetica, che cacchio c’entra lo sguardo?” – con una serie di scene recitate da CANI in cui Carrie muove le cose e apre crepe nelle strade con lo sguardo, il film non ha altri meriti: gli effetti speciali sono ridicoli (siamo nel 2013, non nel 1013!), il cast è scarso e recita super-scarsamente [ciao Judy Greer, torna a fare ruoli comici] e a parte il tocco di contemporaneità e alcune scene di cui avremmo fatto volentieri a meno, tipo lo ‘scontro’ finale Carrie-Chris-Billy e Carrie-mamma – non ci sono novità né approfondimenti di alcun tipo nella trama, scritta da tale Roberto Aguirre-Sacasa (sceneggiatore di fumetti e qualche puntata di serie tv tipo Glee).
In tutto questo SCHIFO, particolare menzione merita la Moretz: non che Sissy Spacek fosse chissà cosa (c’aveva due espressioni in croce, ma almeno le sapeva fare da Dio e ispirava tenerezza), ma gli ultimi minuti di questo film, quelli clou, sono di una PORACCIAGGINE imbarazzante anche per colpa delle ridicole espressioni della protagonista [roba che se non fossero mancati venti minuti, avrei spento e mi sarei vista una puntata di Friends]; non parliamo poi della mamma di Carrie interpretata dalla Moore, che avrebbe dovuto avere un approfondimento psicologico ben maggiore e che invece sembra la macchietta della pazza squinternata e stop (almeno Piper Laurie la faceva meglio; che delusione che se, Moore, in questo film).

Pure io, effettivamente: amo De Palma, stravedo per King, perché mi sono fatta così del male? Manco tutto l’alcool bevuto la notte del 31 dicembre mi ha fatto dimenticare ‘sta schifezza. Riassunto in una breve frase, manco guardate la locandina di questo film e riprendete in mano direttamente il film di Brian De Palma e/o il libro di Stephen King… almeno passate un’ora e mezza degna di essere ricordata!

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