
10 maggio 2013 | Nessun Commento |
Categorie : internet, sick sad world
Non si è ancora capito per quale motivo – uno si allontana due giorni dall’informazione e si ritrova con le informazioni parziali – ma Enrico Mentana ha lasciato Twitter dopo aver ricevuto (dice) una serie di insulti per motivi non meglio specificati, perché lui ci mette la faccia e il nome e cognome, mentre chi insulta è un “ribaldo col nickname”; e insomma, stamattina non c’era un giornale uno – dal Fatto Quotidiano al Corriere della Sera, passando per Il Foglio – che non dedicava alla vicenda almeno un pensoso editoriale, dando fondamentalmente ragione a Mentana e descrivendo il web come un manipolo di pazzi che passano il tempo ad insultare la gente.
A parte che se tu sei Enrico Mentana hai tutto l’interesse a pubblicizzarti come tale, mentre io che non sono nessuno non ho nessuno interesse a scrivermi con un nome e cognome vero – che peraltro non è neanche richiesto – se non ti scegli il pubblico come fa Santoro nelle sue trasmissioni, capita di trovare l’esaltato o quello che non è d’accordo con te; essere Mentana – o qualunque altro volto noto – non significa essere esente dal dire minchiate; che poi, se esiste una minoranza rumorosa di folli esaltati, c’è anche una quieta maggioranza silenziosa che usa Twitter per informarsi, informare, o semplicemente esprimere il suo pensiero su fatti del giorno, varie ed eventuali.
* Fantastico sul Foglio (l’unico che per la cronaca si prende la briga di ricostruire un minimo la vicenda, salvo rovinare tutto sparando a zero, as usual): L’argomento è imprendibile, fa drizzare i nervi dei giusti e dei forsennati, dei tetragoni, dei non-lettori da 140 caratteri, quell’utente anonimo da novanta follower, più o meno la somma dei suoi amici e parenti, che non conosce le sfumature, che usa Twitter come strumento di scarico, il mezzo che ti dà l’opportunità di poter duettare con @DeBortoliF, il direttore del Corriere della Sera, nella lancinante speranza di una sua risposta che legittimi la tua stessa esistenza.
Sì guarda SalvatoreMe’, te lo confesso: quando ho aperto un account twitter, pensavo di legittimarmi l’esistenza insultando la gente famosa che ha tredicimilamilioni di followers e se va bene non sa neanche che esiste il pulsante connetti, figurati se si ricorda di cliccarlo per vedere cosa dicono di lui.
Enrico Mentana , social network , Twitter

2 maggio 2013 | Nessun Commento |
Categorie : politica, riflessioni
Sono devastatissima [IRONIA] nell’apprendere stamattina della “morte” di Rivoluzione Civile, il partito di Ingrogia (per la cronaca uno dei pochi italiani ‘costretto’ ad avere un lavoro che a quanto pare non vuole); secondo Corriere.it, Antonio Ingroia (Azione Civile), Angelo Bonelli (Verdi), Luigi De Magistris (Movimento Arancione), Oliviero Diliberto (Pdci), Antonio Di Pietro (Idv), Paolo Ferrero (Prc) e Leoluca Orlando (Rete2018) hanno “preso atto che le scelte strategiche future dei singoli soggetti sono incompatibili con la prosecuzione di un progetto politico comune, quanto meno nell’immediato”. A parte che se sono scoppiati Sel e Vendola, che hanno vinto le elezioni, figurati se non scoppiava un partito che manco ha raggiunto il quorum… ma tipo, quando a dicembre 2012 hanno deciso di mettersi insieme, le scelte strategiche future, quali erano? Stare insieme e tentare la sorte?! Fortuna che quasi nessuno l’ha votati, a ‘sto punto….
Antonio Ingroia , Rivoluzione Civile

25 aprile 2013 | Nessun Commento |
Categorie : citazioni, libri
E poi niente, un libro che hai cominciato a leggere per caso (Mucchio d’Ossa è uno dei romanzi più deboli di King, ma mi ha permesso di scoprire Rebecca, di Daphne du Maurier (che per me fino ad allora era solo il film di Hitchcock) e soprattutto, La luna e i sei soldi di Maugham. Un libro che dopo un inizio in cui ti chiedi, ma cosa sto facendo io qui?, diventa letteralmente una bomba. Da leggere e rileggere e sottolineare tremila volte.
«Ognuno di noi è isolato su questa terra. Chiuso in una torre di bronzo, può comunicare con i suoi simili solo a segni, e questi non hanno valore comune, così che il loro significato è vago e incerto. Cerchiamo pietosamente di trasmettere agli altri i tesori del nostro cuore, ma essi non hanno modo di riceverli, e così ognuno procede solitario, a fianco a fianco con gli altri, ma non insieme, incapace di comprendere i suoi simili e da questi incompreso. Siamo come gente che viva in un paese in cui il linguaggio le è così poco noto, da essere condannata, pur avendo tante belle e profonde cose da dire, alle banalità dei manuali di conversazione. Il suo cervello pullula d’idee e tuttavia questa gente può dire soltanto che l’ombrello del giardiniere si trova in casa».
― William Somerset Maugham, La luna e i sei soldi
(“Each one of us is alone in the world. He is shut in a tower of brass, and can communicate with his fellows only by signs, and the signs have no common value, so that their sense is vague and uncertain. We seek pitifully to convey to others the treasures of our heart, but they have not the power to accept them, and so we go lonely, side by side but not together, unable to know our fellows and unknown by them. We are like people living in a country whose language they know so little that, with all manner of beautiful and profound things to say, they are condemned to the banalities of the conversation manual. Their brain is seething with ideas, and they can only tell you that the umbrella of the gardener’s aunt is in the house.”
― William Somerset Maugham, The Moon And Sixpence)

18 aprile 2013 | Nessun Commento |
Categorie : cinema, recensioni
Siccome non m’era bastato Alice in Wonderland (dopo di quella visione, ogni volta che vedo il libro di Carroll, mi sento male), qualche giorno fa la sottoscritta ha visto Il grande e potente Oz di Sam Raimi, non tanto per il regista (lo preferisco in versione horror; ciao Sam, sto ancora aspettando un nuovo capitolo de La Casa), quanto perché da qualche tempo a ‘sta parte, James Franco è diventato una garanzia. E devo dire che nonostante tutto e un pessimo preconcetto di partenza, il film si è rivelato una piacevole sorpresa, non un grande capolavoro ma un buon prodotto (o meglio, un prodotto tutto sommato ‘onesto’) con qualche rimando al film del 1939, a partire dalla scelta di iniziare in bianco e nero prima e passare al colore solo poi.
Laddove 70 e rotti anni fa trionfava Judy Garland e il colore, qui il protagonista è Oscar Diggs (Franco) un mago senza arte né parte che dopo un trucco/truffa andato a male, fugge in mongolfiera e, dopo una tempesta, finisce nel paese di Oz e nella città di Smeraldo, dove tutti lo prendono per il grande e potente Mago che li libererà dalla strega malvagia, laddove il nostro è invece interessato soprattutto al vil danaro (e alle due streghe ‘buone’, interpretate da Mila Kunis e Rachel Weisz): per questo accetterà di partire a caccia della strega ‘cattiva’ (Michelle Williams), ma ovviamente non tutto è come sembra…
Detto che James Franco gigioneggia un po’ troppo e che un Oz senza Spaventapasseri, Boscaiolo di latta e Leone codardo è come Paperopoli senza Zio Paperone, Paperino e il celebre deposito, Il grande e potente Oz deve ringraziare la Scimmietta (doppiata da Zach Braff nell’originale) e la bambola di porcellana (Joey King) che riescono ad intenerire grandi e piccini, e la fotografia e gli effetti speciali che fanno il loro porco lavoro (e vorrei anche vedere, visto che il film è costato 235 milioni di dollari e la produzione/post produzione è durata tre e dicasi tre anni); per il resto, i buoni sono buonissimi e i cattivi cattivissimi e ridicolissimi, unica eccezione è il protagonista che ovviamente è il tipico cattivo dal cuore d’oro.
e mezzo.
Considerato il precedente di Alice in Wonderland (e vi prego, no il sequel NO), Il grande e potente Oz si fa vedere e intenerisce il giusto; il film del 1939 è però inarrivabile e omaggi (al film di Victor Fleming e al Cinema, inteso come settima arte, in generale; ciao Hugo Cabret, ci avevi pensato anche tu) e 3D, da soli non bastano: quando un regista come Raimi incontra i libri di Frank Baum, deve, semplicemente DEVE, succedere di meglio: lasciamo perdere la mancanza di ritmo (ma anche no), e va beh che è una fiaba, ma se quasi tre ore di film non aiutano a sviluppare decentemente i personaggi…
Il grande e potente Oz , Sam Raimi

6 aprile 2013 | 1 Commento |
Categorie : personale
Io quando ero piccola mi rotolavo nella terra, toccavo ogni tipo di animale, bevevo dalle fontanelle pubbliche e son cresciuta sana e salva; ma certe volte mi domando come cresceranno i figli di oggi, cui una madre ha detto “Non toccare il brutto gatto (il mio, che per la cronaca non è manco brutto) che ti vengono le malattie…”