Al crepuscolo, di Stephen King
“Se poi lui sia tornato Lui, o se il racconto/romanzo breve gli si addice più che i mattoni…dovremmo aspettare ‘Just after the sunset’ (‘Al crepuscolo’ in italiano)“: così concludevo la recensione di Torno a prenderti, racconto breve di King uscito come ‘singolo’ per poi ritrovarmelo nella raccolta di cui sopra.
Dopo essermelo letta nel giro di tre giorni, la sottoscritta è molto molto molto combattuta, perché a fronte di buoni racconti, “Al crepuscolo” contiene anche vere e proprie schifezze tipo “Ayana” o “Pomeriggio del diploma”, che sembrano (sono) veramente tirati via.
13 storie, che affrontano un po’ tutte le tematiche horror, dall’essere chiusi in trappola senza possibilità di uscita, ai fantasmi, a gatti assassini, a…tanto altro; cominciamo dicendo che dopo gli ultimi, bruttissimi, libri, questo “Al crepuscolo” non è male: però poi uno prende in mano “Stagioni diverse”, o “Incubi e deliri”, e si chiede – non per la prima volta – se King sia ancora King, o se – alla faccia del Fedele Lettore – qualcuno non ci stia prendendo un po’ per il c*lo.
Alcune storie sono molto belle, vedi “Alle strette” o “Willa”, altre sembrano veramente tirate via e infilate tanto per fare numero, con finali prevedibili indegni di Lui: parliamo un attimo di Ayana, che secondo molti ha qualcosa “del Miglio Verde”; avendo io letto quel libro almeno 20 volte, mi chiedo se davvero la storia di un tizio il cui padre è inspiegabilmente guarito dopo essere stato toccato da una bambina (che sì, avrà il tocco à la John Coffey, ma niente di più), possa davvero paragonarsi a quella perla che fu Il Miglio.
Complessivamente il giudizio è sufficiente, ma – e non per la prima volta – la sottoscritta si chiede se per caso non sarebbe meglio che Stephen King si dedichi ad altre attività; da segnalare, peraltro, che la traduzione di Tullio Dobner (perlomeno nell’introduzione) toglie molti ‘riferimenti’ tipicamente americani e (forse) incomprensibili al lettore italiano: da quello che ho leggiucchiato, non si tratta di grandi cose, né dovrebbe essere la traduzione italiana a penalizzare le storie, ma non sarebbe meglio non tralasciare pezzi di frasi o interi concetti quando si traduce?
7 commenti
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Fulvia, questo scrittore io lo adoro.
Bè, dai, anche Stagioni Diverse non è che sia la divina commedia. Ci sono due ottimi racconti, uno buono e una cacata immane (l’ultimo, quello del parto).
@ Peppe: io anche; non ultimamente, però
@ Spinoza: sì ma i primi 3 io li adoro; il primo e il terzo, poi, me li incornicerei
Ciao, anche io sono un appassionato di libri di Stephen King, soprattutto dei vecchi, mi sono letteralmente innamorato di libri come it, o il miglio verde, mucchio d’ossa, e anche io trovo che gli ultimi siano calanti di qualità rispetto ai primi… però trovo che Stephen King rimanga comunque uno dei migliori (e di gran lunga) scrittori esistenti… potresti approfondire la questione della traduzione? mi interessava…
a presto
Maurizio
@ Maurizio: si tratta di minuzie, riferimenti a realtà americane che magari noi non capiremmo, o semplici omissioni (ad esempio nella prefazione lui parla degli audiolibri, che in America esistono ma da noi no e che quindi Dobner ha ‘saltato’ a pié pari), oppure due frasi distinte ma grosso modo uguali che Dobner ha unito in una…
insomma, niente di trascendentale (almeno ad una scorsa superficiale)
Da vecchio lettore, quello che non mi piace è che il re non mi fa più sognare. Le storie sono piene di riferimenti a paure più reali, peraltro comprensibili in un uomo di oltre 60 anni, che soprannaturali.
Se ci fate caso, in quasi tutti i racconti compaiono riferimenti a malattie, più o meno curabili.
E’ vero, sono cose che fanno paura anche se in un senso diverso, ma che alla fine ti lasciano – almeno a me- un po’ depresso.
Questa raccolta mi è piaciuta molto… è vero, c’è meno di sovrannaturale, ma il poco che c’è è sempre descritto in modo magistrale.